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Consulenza d’immagine: la guida che avrei voluto leggere prima di iniziare

13/05/2026

Consulenza d’immagine: la guida che avrei voluto leggere prima di iniziare

Una mia cara amica, ha deciso di acquistare una consulenza d’immagine nell’autunno del 2019 e, l’altro giorno, mi ha raccontato la sua esperienza.

La chiamerò Daniela, per questioni di privacy, faceva l’avvocato a Modena, e mi ha raccontato che si era presentata nello studio della consulente con un trolley pieno di vestiti che - testuali parole - odiava uno per uno.

Li hanno quindi tirati fuori uno per uno e ci sono volute ben tre ore.

A un certo punto, ha detto alla consulente: “Senta, io non voglio diventare un’altra. Voglio solo smettere di sembrare scollata da me stessa.

Quella frase mi risuona ancora in mente, tanto che ho deciso di scriverla su un post-it e l’ho appiccicato al monitor.

Lo dico perché in giro c’è ancora gente convinta che rivolgersi a un consulente d’immagine sia roba da influencer o da signore con troppo tempo libero.

La verità è più noiosa: si tratta di lavorare su come ti presenti agli altri, in un mondo in cui la prima impressione conta sempre, ti piaccia o no.

Cos’è davvero questo mestiere

Sgombro il campo da un equivoco: consulente d’immagine e personal shopper sono due cose diverse.

Il personal shopper ti accompagna a comprare, io invece cerco di capire prima cosa ha senso comprare per te, e perché.

A volte la consulenza si conclude senza che il cliente spenda un euro in nuovi capi: ha solo imparato a riordinare quello che ha già.

Il lavoro poggia su tre cose: l’armocromia, cioè lo studio dei colori che ti stanno bene addosso; l’analisi morfologica, che riguarda le proporzioni del viso e del corpo; e lo studio dello stile personale, che è la parte più difficile, perché tiene insieme il tuo lavoro, la tua vita, i tuoi gusti e - sì - anche le tue paure.

Se uno di questi tre pezzi manca, il risultato zoppica.

Ho conosciuto donne con armadi enormi che la mattina aprivano l’anta e non sapevano cosa mettersi.

Non era un problema di quantità. Era che ogni capo era stato comprato come reazione a qualcosa: una giornata storta, uno sconto, una vetrina ben illuminata.

Sui colori, perché si parte da lì

Se mi chiedi da dove cominciare, ti rispondo: dai colori.

Il motivo è pragmatico. I colori si vedono prima del taglio dell’abito.

Entri in una stanza e chi ti guarda registra in un attimo se hai il viso illuminato o spento.

L’armocromia divide le persone in quattro stagioni - Primavera, Estate, Autunno, Inverno - guardando tre cose: il sottotono della pelle (caldo o freddo), il valore (chiaro o scuro) e l’intensità (brillante o soft).

Da lì si scende a dodici sottogruppi.

Mi tocca prendere posizione su una cosa che leggo spesso: ogni tanto esce un articolo che liquida l’armocromia come “moda passeggera”.

A me sembra una sciocchezza. Il libro di Carole Jackson, Color Me Beautiful, è degli anni Ottanta e ha venduto milioni di copie.

Funziona da quarant’anni, evidentemente qualcosa di vero c’è.

Detto questo, e qui forse smentisco metà degli opinionisti, non penso che l’armocromia sia la chiave di tutto.

È una bussola, non un dogma.

Conosco persone con i “colori giusti” addosso che restano comunque ingessate, e altre fuori palette che bucano lo schermo lo stesso.

Un caso che mi ha insegnato qualcosa

Anni fa lavorai con una manager di un’azienda farmaceutica - la chiameremo Elisa.

Indossava da una vita completi grigio antracite con camicia bianca.

In riunione la trovavano severa, lei diceva di non riconoscersi in quell’immagine.

Dall’analisi era una Primavera Brillante: i suoi colori erano il corallo, il turchese, il blu cobalto.

Decise quindi di cambiare solo le camicie e gli accessori, lasciando intatti i tailleur.

Dopo un mese mi scrisse che le avevano fatto due complimenti in ufficio.

Onestamente non so dire quanto fosse merito dei colori e quanto del fatto che si sentisse più sicura. Probabilmente entrambe le cose si tengono.

Le quattro stagioni, in breve

La Primavera ha sottotono caldo e alta luminosità: pesca, verde mela, turchese, giallo narciso.

È anche la stagione più fraintesa nei test fai-da-te, perché viene confusa spesso con l'Autunno per via del sottotono caldo in comune - se vuoi farti un'idea più precisa dei segnali da cercare sulla pelle e sui capelli, questa guida sulla palette Primavera spiega bene come riconoscerla senza incappare nei soliti equivoci.

L'Estate ha sottotono freddo e toni più tenui: rosa cipria, azzurro polvere, lavanda, grigio perla.

L'Autunno è caldo ma più spento, con i colori della terra: ruggine, mostarda, verde muschio.

L'Inverno è freddo e contrastato: nero, bianco ottico, rosso fuoco, fucsia, blu elettrico.

Un avviso: gli auto-test online lasciano il tempo che trovano.

Tra una Primavera Chiara e un'Estate Chiara la differenza è sottile e sfugge anche a chi questo mestiere lo fa da anni, figuriamoci a una webcam con la luce gialla del lampadario di casa.

Le proporzioni

Esauriti i colori si passa alle forme.

Qui si guarda il viso (ovale, tondo, quadrato, a cuore, rettangolare, triangolare) e la silhouette (clessidra, rettangolo, triangolo, triangolo inverso, ovale).

L’obiettivo non è nascondere. L’obiettivo è bilanciare.

Se hai le spalle strette e i fianchi più larghi, una giacca strutturata sulle spalle non copre niente: riequilibra le proporzioni.

Se hai il collo corto, una scollatura a V ti allunga. Sono questioni di geometria, non di camuffamento.

Chi te la racconta in altri termini ti sta vendendo complessi.

Sul nero che “snellisce sempre” ho cambiato idea con il tempo.

È vero che crea un blocco visivo unico, ma se non è nella tua palette ti spegne il viso, e a quel punto lo sguardo dell’altro si posa proprio dove non vorresti.

Meglio un blu navy profondo o un marrone tabacco.

Però capisco anche chi nel nero ci sta bene per ragioni che con i colori non c’entrano niente - vedi sopra.

Lo stile, che è la parte difficile

Qui arriviamo al pezzo che mi piace di più, perché la tecnica da sola non basta.

Una creativa di trent’anni in un’agenzia di Milano e una notaia di cinquantadue a Bari possono essere entrambe Inverni Profonde, ma non vestiranno mai allo stesso modo. Per fortuna.

Per cercare di capire lo stile di una persona bisogna infatti partire da alcune domande, le stesse da anni.

In quali ambienti si muove tutti i giorni - ufficio formale, smart working, eventi, casa?

Quale immagine vuole comunicare di sé - affidabile, creativa, autorevole, accessibile?

Quali sono i suoi riferimenti, le persone che guarda con ammirazione, i film o le epoche che le piacciono?

Cosa indossa quando si sente davvero a suo agio? E soprattutto: quali capi dell’armadio non mette mai, e perché?

L’ultima domanda è quella che dà più informazioni.

Gli acquisti pentiti raccontano un sacco di cose: sono quasi sempre tentativi di essere qualcun altro, fatti in giornate in cui non stavamo bene con noi stessi.

Quando ha senso e quando no

Non tutti hanno bisogno di una consulenza però.

Se ti vesti per stare in casa e ti piace il tuo guardaroba così com’è, lascia perdere e usa quei soldi per altro.

Ha senso spenderci, secondo me, in alcuni momenti precisi: quando cambia il lavoro o il ruolo, quando il corpo cambia (gravidanza, dimagrimento, menopausa), quando aprire l’armadio è diventato fonte di ansia, o in vista di eventi importanti - un matrimonio, una conferenza, una serie di foto professionali.

C’è anche un motivo economico da considerare, ovviamente.

Una consulenza costa, ma in due o tre anni si ripaga, perché smetti di comprare quattro capi sbagliati per indovinarne uno.

Diciamo che è un investimento ad alto rischio iniziale e rendimento lento.

Cosa aspettarsi da un percorso fatto bene

In genere il percorso è di tre o quattro incontri.

Il primo è l’analisi armocromica, con i drappi di tessuto e - questo è importante - la luce naturale di una finestra.

Se qualcuno te la fa con i faretti caldi del soffitto, gira i tacchi.

Il secondo incontro è l’analisi morfologica e la conversazione sullo stile.

Il terzo è il check dell’armadio, in cui si decide cosa tenere, cosa adattare, cosa regalare.

Il quarto, facoltativo, è lo shopping, che serve soprattutto a insegnarti a riconoscere da sola i capi che funzionano.

Diffida delle consulenze a quarantanove euro in un’ora.

Diffida anche di chi ti vende l’armocromia come se fosse la soluzione a tutto, e di chiunque ti dica che certi colori “non si possono assolutamente mettere”.

Non è una religione.

Alla fine di un percorso che ha funzionato non senti di aver “ricostruito il guardaroba”.

Senti, più semplicemente, di esserti riavvicinata a te stessa di qualche centimetro.

Tutto qui. È meno epico di come lo raccontano, ma a me sembra abbastanza.